Il Giardino di Virginia Woolf

Il Giardino di Virginia Woolf

 Un po’ di tempo fa mi sono ritrovata a comprare “Il giardino di Virginia Woolf” di Caroline Zoob edito da l’Ippocampo.

L’ho letto praticamente d’un fiato, nonostante sia uno di quei libri da sfogliare più volte.

E’ un ottimo regalo da fare. Il suo valore aggiunto è non fermarsi alla descrizione botanica, ma tessere un discorso dove la natura si intreccia con la poesia.
Racconta una Storia quella del giardino di Monk’s House che è storia, da un lato, degli alberi e delle piante scelti, delle bordure, delle aiuole fitte, delle macchie di colore, delle “stanze” create al suo interno e, dall’altro, è la storia delle persone che lo hanno abitato e reso quello che è stato.

La creazione di uno spazio da vivere e rimirare in grado di farsi largo anche tra i pensieri più fitti e oscuri, la contemplazione di un luogo in cui seminare e ritrovare le proprie ispirazioni più profonde, la rigenerazione attraverso la natura in una dimensione familiare. Un Luogo di Cura. Credo in fondo parli di questo, della Necessità di una Bellezza Autentica, Profonda, quella costruita dalle nostre vive braccia e dalle suggestioni derivanti da tale lavoro, dalla profondità del nostro essere che curioso cerca, che mette in atto il corpo e prova ad allineare la mente, quella bellezza autentica che dura nel tempo.
Il giardino stesso e l’opera letteraria si salvano, ci parlano ancora oggi e ci oltrepassano, oltrepassano le guerre, le crisi, la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la disperazione, la solitudine e la morte. La condizione è solo una: averne Cura.  La cura che avranno le persone che vi si stabiliranno e cercheranno di mantenere in vita la sua storia.
L’instancabile Leonard Woolf si prende cura di questo giardino con tutto se stesso, come se fosse animato da qualcosa di più grande di lui. Potremmo dire che è “suo” il giardino più che di Virginia, come lei stessa sembra suggerire nelle sue osservazioni, soprattutto per la forte volontà di metterlo in essere e di lavorarlo. Virginia si muove perfettamente tra i suoi spazi, credo lo abbia amato, contemplato, intensamente abitato. L’immagine di lei che attraversa il vialetto per raggiungere lo studio immerso nel verde dove scriveva, mi cammina nella mente lasciando una scia come fosse luce accesa.

Un giardino è sempre portatore di una storia, anzi di tante storie. Qui si inserisce la dimensione privata di questa coppia, che era sì una coppia in un certo senso “pubblica”, avevano una casa editrice, erano scrittori, erano impegnati in tante attività sociali, ma che qui ritrovava la propria intima natura.
Ed è bello anche questo, lo squarcio che offre sulla storia di questa famiglia: dalle piccole scelte a quelle più grandi che intervengono strutturalmente sulla casa e sul giardino, dalle loro annotazioni, che sembrano balzare fuori dalle pagine di un diario personale in un qualunque suo ordinario giorno, al vivere scadenzato dal ritmo delle stagioni, dei suoi fiori e dei suoi frutti.

Le fotografie di Caroline Arber sono bellissime riescono a cogliere non solo la magnificenza della natura, ma anche a condensare un po’ della sua poesia. Il libro sembra quasi lasciar parlare Virginia e Leonard in alcuni suoi punti, non mancano frasi, citazioni, osservazioni, lascia spazio anche a vecchie foto che ben ricostruiscono l’atmosfera dell’epoca, alle mappe illustrate del giardino che ne ricostruiscono la storia passo passo, agli interni della casa.

Insomma la sensazione è quella di entrare per un attimo nella vita di qualche altro, di perdersi in un giardino privato con la voglia di scorprirne tutti i segreti, di contemplare un meraviglioso spazio nuovo, che muove sentimenti profondamente umani degni di empatia.

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